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Assenza

Quei tre o quattro frequentatori di questo luogo ormai avranno capito che per me la fotografia è si un’espressione artistica ma è anche un modo per capire se stessi, una sorta di viaggio conoscitivo nell’universo interiore. Da tale premessa nasce questo progetto sull’Assenza; è certo un tema trattato in tutte le salse da altri prima di me, tuttavia se lo si inquadra nell’ottica appena detta le possibilità di sviluppo sono tante e diverse quanto ognuno di noi lo è rispetto ad un altro.

Tutto nasce da una consapevolezza e dalla conseguente riflessione che genera un’azione, che si sono intrecciate ed influenzate in un senso e nel suo opposto. Nel corso degli anni mi sono reso conto che molte mie fotografie hanno per soggetto panchine sedie – et similia – rigorosamente prive di occupanti, cioè assenti dei protagonisti per i quali sono stati pensati e realizzati.

Nel primo caso, la consapevolezza che guida l’azione, è stato fondamentale capire ed accettare che dentro di me esiste questa condizione che in un modo o nell’altro cerca di emergere; questo da origine al processo che mi spinge a cercare consapevolmente situazioni e soggetti che possano ricondurre a questo concetto. Un effetto “collaterale” è che mi scopro ad osservare, quando fotografo ma anche quando non lo faccio, luoghi e situazioni secondo questa visione; in realtà questo ritengo che sia un effetto più che positivo perchè amplia la capacità di osservazione e di lettura, dote principale per un fotografo.
Nel senso opposto invece è il gesto compiuto a generare la riflessione che riconduce alla consapevolezza; questo succede quando osservo le foto scattate nelle occasioni più disparate, senza la ricerca volontaria dell’assenza, che ad una visione più attenta, e guidata da questo processo, mi rendo conto riconducono al tema in questione. Mi scopro così a ripensare questi scatti e a valorizzarli in modo diverso facendogli acquistare un nuovo valore; nel senso che una sedia o una panchina vuote, ma anche altre situazioni fino ad allora “meno probabili”, cessano di essere quello che sono state fino a quel momento e inizio a vederle sotto la luce di ciò di cui stiamo parlando.
Accade quindi che nella foto l’assenza, che ovviamente è presente, diventa Assenza.

Acquisire consapevolezza di ciò che la visione di una determinata immagine tocca e smuove dentro di noi, che anche se può coincidere con quello di altri è sempre univoco dal momento che fa riferimento alla nostra personalità e al nostro vissuto, è la base di tutto; diversamente non si saprà mai che valore simbolico attribuirgli e non si potrà mai fare una ricerca personale ben fatta in quel senso.

Prima ho usato un’espressione molto particolare, ho scritto che l’assenza è presente. A tutta prima sembra una contraddizione, in realtà però non lo è affatto e ci da lo spunto per riflettere su un aspetto importante che si può riassumere in questa domanda:

Come si fa a fotografare l’Assenza?

o meglio:

Come si fa a rendere visibile ciò che non c’è?

Per provare a rispondere a queste domande, che non si possono eludere se vogliamo affrontare e sviluppare l’argomento, ci si deve addentrare un poco in un campo che solo apparentemente non ha relazione con l’Assenza.
Attingiamo dal Tao Te Ching, nel quale Lao Tzu sviluppa alcuni pensieri filosofici che hanno a che fare con il nostro argomento; ci troviamo così per le mani un parallelismo solo apparentemente contrario o poco calzante, come questo:

“Trenta raggi convergono sul mozzo ma è il foro centrale che rende utile la ruota.
Plasmiamo la creta per formare un recipiente, ma è il vuoto centrale che rende utile un recipiente.
Ritagliamo porte e finestre nella pareti di una stanza: sono queste aperture che rendono utile una stanza.
Perciò il pieno ha una sua funzione, ma l’utilità essenziale appartiene al vuoto.”

Se sostituiamo al vuoto l’assenza e all’utile la presenza il concetto non cambia; si può mostrare ciò che non c’è mostrando la sua mancanza, il suo vuoto. Quindi l’assenza risulta presente là dove si manifesta la sua mancanza di uso, una sedia vuota non è solo tale perchè seguendo il filo del ragionamento essa rappresenta una mancanza di uso, l’assenza dello scopo per il quale è stata pensata e costruita che in questo caso è una persona che vi si siede. Proseguendo e sviluppando il pensiero si potrebbe ragionare sul fatto che un parco giochi per bambini deserto, oltre a manifestare l’assenza dei bambini stessi, rappresenta la mancanza, quindi l’Assenza, di vita e di futuro, come anche della gioia e dell’amore per la vita che i bambini hanno e che trasmettono fortemente con la loro gioia quando giocano spensierati.

Le possibili direzioni in cui la riflessione si può sviluppare sono tante, e interessanti, e non è certo possibile pensarle tutte qui; di certo il limite è dato solo dalla mancanza, che in questo caso non è assenza, di capacità lettura di una fotografia o di conoscenza dell’argomento specifico. In realtà sono limiti facilmente superabili, saper leggere una fotografia non presuppone necessariamente particolari competenze tecniche quanto piuttosto una sensibilità che tutti abbiamo e la capacità di ascoltare le sensazioni che vengono scatenate dall’osservazione; per l’altro aspetto possiamo sempre fare riferimento alla nostra esperienza personale o a quella altrui, che tra l’altro è anche un buon modo per confrontarsi e mettere in comune riflessioni e opinioni.

Resta però un altro aspetto da considerare, L’Assenza è un tema che oltre ad essere stato trattato da molti in precedenza è davvero vasto, sconfinato direi, per cui mi pongo un’altra domanda:

In quali modi posso declinare il tema dell’Assenza?

In altre parole c’è da chiedersi dove andare a cercare l’Assenza. Qui sarebbe interessante aprire una riflessione sul tema, anche con i vostri pensieri. Avete capito che per me è rappresentata principalmente da un certo tipo di immagini e situazioni, che potete vedere nelle foto in galleria, ma ovviamente questa è solo la mia visione che non è certo esaustiva.
So bene che molto altro si presta a raffigurare la presenza dell’Assenza e credo proprio che questa ricerca mi terrà impegnato per molto tempo; credo quindi che questa pagina sarà aggiornata con nuove foto, spero a non troppo lunghi intervalli, che mostrino l’evoluzione della ricerca. Insomma credo proprio di essermi trovato una bella gatta da pelare!

Adesso basta parlare e spazio alle fotografie, a proposito delle quali mi preme farvi sapere che si possono guardare anche solo come semplici immagini di qualcosa o di qualcuno, che spero vi piacciano.

 

Judy Weiser

Citando dal sito di Judy Weiser (considerata il massimo esperto mondiale in “tecniche di fototerapia”) la Fototerapia consiste in questa, molto stringata, definizione:

“Le tecniche di Fototerapia utilizzano gli scatti personali e le foto di famiglia dei pazienti in terapia — insieme ai sentimenti, ricordi, pensieri e alle informazioni che queste foto evocano — come catalizzatori nella comunicazione terapeutica.”

Chi osserva una foto recepisce immagini e sensazioni, emozioni, che vanno al di la del valore artistico della stessa e che vengono filtrate attraverso il proprio vissuto e la propria sensibilità, che quasi sempre sono diversi da quello che il fotografo intendeva trasmettere.
Le reazioni di una persona ad una fotografia che ritiene importante per se rivela molto su se stessa e su questo si può fare leva per aiutarla a recuperare la propria salute emotiva e psichica. Questo è l’assunto di base sul quale si basa la fototerapia.

In altre parole è possibile usare le fotografie, siano esse autoscatti come anche fotografie di famiglia ritratti o fotografie prodotte dal paziente, per aiutare a guarire le persone mediante l’elaborazione che la visione di una foto suscita sia in chi in chi la guarda che l’ha scattata, se il paziente è anche l’autore dello scatto.

Questo può avvenire, con l’aiuto di uno psicoterapeuta con competenze specifiche, perchè ogni fotografia porta in se una storia. Può essere la storia dei soggetti della foto insita nell’immagine oppure la storia che viene creata, o attribuita, da chi la sta guardando, quindi una storia personale che può anche essere non direttamente collegata al contenuto della foto.

Si possono utilizzare fotografie create in diversi modi, per esempio:

Foto scattate o create dal paziente – (sia quelle in cui il paziente crea effettivamente l’immagine utilizzando una macchina fotografica, o semplicemente “appropriandosi” di immagini create da altri, raccogliendole da riviste, cartoline, internet, manipolazioni digitali e così via)

Foto scattate al paziente da altre persone – (sia quelle per cui ha posato volutamente che quelle catturate spontaneamente a sua insaputa)

Autoritratti, ossia qualsiasi foto che i pazienti fanno a se stessi, sia letteralmente che metaforicamente – (in ogni caso, queste sono foto in cui i pazienti esercitano un controllo totale su tutti gli aspetti della creazione dell’immagine)

Album di famiglia o altre collezioni di foto biografiche – (sia quelle della famiglia biologica che quelle della famiglia di adozione; sia che le foto siano state raccolte formalmente in un album o semplicemente tenute sparse, appiccicate sul muro o sulla porta del frigorifero, dentro il portafoglio, incorniciate sulla scrivania, sullo schermo del monitor o nei siti web familiari, e così via)

Se siete interessati ad approfondire l’argomento ecco una serie di link per documentarvi.
Tecniche di Fototerapia in Counseling e Psicoterapia

Mi pare sufficiente per avere di che studiare per un po, quindi buona lettura.

N.B. Tutto il materiale indicato è sotto copyright di Judy Weiser.